Iva ordinaria per la Publishing fee


La publishing fee, ossia la quota annuale che il committente italiano versa all’editore per vedersi garantita la possibilità di pubblicare un determinato numero di articoli in open access a un costo predeterminato, è soggetta all’aliquota Iva ordinaria (Agenzia Entrate – risposta 12 ottobre 2021, n. 701).

Il chiarimento arriva direttamente dall’Agenzia delle Entrate, intervenuta sul trattamento IVA, in termini di aliquota applicabile, della publishing fee, ossia della quota annuale che un committente italiano versa all’editore per vedersi garantita la possibilità di pubblicare un determinato numero di articoli in open access a un costo predeterminato, che varia in base allo stock di articoli prescelto.


Il caso portato all’Agenzia delle Entrate riguarda un contratto stipulato fra una società editoriale estera e un committente italiano, in base al quale quest’ultimo ha la possibilità di accedere a banche dati e consultare testi scientifici e fornire articoli per riviste a libero accesso.


L’accordo prevede la corresponsione di una somma relativa alla letture delle riviste e alla pubblicazione degli articoli in open access.


La publishing fee (alias Quota Publishing, APC Rate o Article Processing Charge) rappresenta il corrispettivo pagato dal committente per acquistare il diritto a pubblicare un numero predeterminato di articoli sulle riviste dell’editore e che va a coprire i seguenti costi di pubblicazione:


– organizzazione e gestione della peer-reviewed;


– produzione di articoli in pdf e altri formati;


– diffusione della pubblicazione in diverse sedi.


Questa fee pertanto non può essere soggetta all’aliquota IVA agevolata del 4% in quanto non rientra tra le fattispecie previste dai nn. 18) e 35) della Tabella A, Parte II, allegata al Decreto IVA.


Di fatto, scopo di queste disposizioni è favorire la diffusione dei prodotti editoriali, agevolandone la commercializzazione, l’acquisto, anche mediante contratto d’opera, appalto e simili, e la realizzazione/produzione degli stessi, limitando nello stesso tempo la formazione di crediti IVA in capo agli operatori del settore.


Nel caso di specie l’editore non acquista nulla dal committente: è di fatto quest’ultimo che acquista una prestazione dall’editore che con il corrispettivo ricevuto finanzia la pubblicazione degli articoli e quindi della rivista.


La publishing fee è pertanto soggetta all’aliquota IVA ordinaria.

Bonus prima casa per gli under 36: tutte le regole per usufruire dell’agevolazione


Pronte le istruzioni per ottenere il bonus “Prima casa under 36” previsto dal Dl Sostegni bis – Dl n. 73/2021. (Agenzia delle entrate – circolare 14 ottobre 2021, n. 12/E)

Possono beneficiarne i giovani con meno di 36 anni e un Isee non superiore 40mila euro che acquistano un’abitazione entro il 30 giugno 2022. La nuova agevolazione punta a favorire l’acquisto della casa di abitazione da parte delle persone più giovani attraverso alcune misure di favore come l’esenzione dal pagamento dell’imposta di registro, ipotecaria e catastale e il riconoscimento di un credito d’imposta in caso di acquisto soggetto a Iva.
In particolare, il nuovo bonus si applica anche alle pertinenze dell’immobile agevolato, come il box ad esempio, e che le imposte di registro, ipotecaria e catastale sono azzerate anche per gli atti soggetti a Iva.
Il bonus “Prima casa under 36”, che vale per gli atti stipulati tra il 26 maggio 2021 e il 30 giugno 2022, prevede inoltre l’esenzione dall’imposta sostitutiva per i mutui erogati per l’acquisto, la costruzione e la ristrutturazione di immobili a uso abitativo.
L’agevolazione non è invece applicabile ai contratti preliminari di compravendita, essendo prevista per i soli atti traslativi o costitutivi a titolo oneroso.

Requisiti per accedere al nuovo bonus


Il bonus è riservato ai soggetti che non hanno ancora compiuto trentasei anni di età nell’anno in cui l’atto è rogitato e con un valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) non superiore a 40mila euro annui. Inoltre, il contribuente, al momento della stipula dell’atto, deve dichiarare di avere un valore Isee non superiore a 40mila euro e di essere in possesso della relativa attestazione in corso di validità (o di aver già provveduto a richiederla in data anteriore o almeno contestuale alla stipula dell’atto).

Vantaggi del bonus


L’agevolazione si estende anche all’acquisto delle pertinenze dell’abitazione principale.
In primo luogo, è prevista l’esenzione dal pagamento dell’imposta di registro, ipotecaria e catastale e, in caso di acquisto soggetto a Iva, è riconosciuto anche un credito d’imposta pari all’imposta pagata per l’acquisto, che potrà essere utilizzato a sottrazione delle imposte dovute su atti, denunce e dichiarazioni dei redditi successivi alla data di acquisto o usato in compensazione tramite F24.
Agevolazioni anche per i finanziamenti collegati all’acquisto, alla costruzione e alla ristrutturazione dell’immobile: con il bonus prima casa under 36, infatti, non è dovuta l’imposta sostitutiva delle imposte di registro, di bollo, ipotecarie e catastali e delle tasse sulle concessioni governative. Per godere dell’esenzione il beneficiario dovrà dichiarare la sussistenza dei requisiti nel contratto o in un documento allegato.

Contratti preliminari di compravendita


I contratti preliminari di compravendita, non possono godere delle nuove agevolazioni in quanto la norma fa riferimento ai soli atti traslativi o costitutivi a titolo oneroso. Resta fermo che, in presenza delle condizioni di legge, successivamente alla stipula del contratto definitivo di compravendita, è possibile presentare formale istanza di rimborso per il recupero dell’imposta proporzionale versata per acconti e caparra.

Aste giudiziarie


Gli immobili acquistati tramite asta giudiziaria possono accedere al beneficio.


Photo shooting: chiarimenti dal Fisco


L’Agenzia delle Entrate con la risposta 12 ottobre 2021, n. 700 ha fornito chiarimenti sul regime fiscale dei compensi corrisposti da società non residente a modelli e testimonials non residenti per l’esecuzione in Italia di sessioni di photo shooting e per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine.

I compensi erogati a modelli professionisti per l’esecuzione di sessioni di photo shooting e i compensi erogati per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine costituiscono redditi di lavoro autonomo di cui all’art. 53, co. 1, Tuir, in presenza dei requisiti di abitualità e professionalità richiesti.


Entrambe le tipologie di compensi, infatti, sono strettamente riconducibili all’attività professionale di modello, in quanto quest’ultimo, oltre a esercitare l’attività di indossatore nell’ambito di sfilate di moda, presta altresì la propria immagine in campagne pubblicitarie e promozionali.


Con specifico riferimento ai soggetti non residenti, l’art. 23, co. 1, lett. d), del Tuir, prevede che si considerano prodotti nel territorio dello Stato i redditi di lavoro autonomo derivanti da attività esercitate in Italia.


Il criterio di collegamento ai fini dell’attrazione dei predetti emolumenti nella potestà impositiva dello Stato italiano è quindi costituito dalla circostanza che la prestazione lavorativa sia svolta in Italia.


Nel caso di specie, posto che le sessioni di photo shooting sono svolte in Italia e data la precisata natura di redditi di lavoro autonomo sia dei compensi corrisposti dall’Istante ai “modelli” non residenti per le suddette sessioni che dei compensi erogati per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine, i compensi medesimi sono territorialmente rilevanti in Italia ai sensi del cit. art. 23.


Con particolare riferimento ai compensi erogati per i diritti di utilizzazione dell’immagine, l’Agenzia delle Entrate ha avuto già modo di precisare che ai fini territoriali, deve aversi riguardo al luogo di svolgimento dell’attività artistica o professionale cui i proventi medesimi sono correlati e, cioè, l’Italia (luogo di svolgimento delle sessioni di photo shooting), a nulla rilevando il luogo in cui è esercitata l’attività di sfruttamento economico del diritto all’immagine.


Con riguardo ai testimonials che sono celebrities del mondo artistico e dello spettacolo che effettuano sessioni di photo shooting nelle quali la loro immagine o testimonianza è associata a un marchio o a un prodotto per rafforzarne la credibilità, i compensi percepiti per l’esecuzione delle predette sessioni di photo shooting costituiscono redditi di lavoro autonomo di cui all’art. 53, co. 1, del Tuir, in quanto, seppure non strettamente riconducibili all’attività di cantante, attore o influencer dalle stesse svolta per professione abituale, ne sono, tuttavia, connessi, trattandosi pur sempre di compensi relativi ad attività collegate al contesto artistico nel quale si esprime l’attività principale di cantante, attore o influencer esercitata professionalmente e abitualmente dalle celebrities.


Relativamente ai compensi corrisposti a queste ultime per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine, gli stessi, anche se non strettamente riconducibili all’attività artistica o professionale, sono comunque riferibili a quest’ultima essendo correlati alla fama del personaggio, e costituiscano pertanto redditi di lavoro autonomo in base all’art. 54, co. 1-quater, del Tuir.


Detta disposizione, ricomprende, infatti, fra i redditi di lavoro autonomo anche i corrispettivi percepiti a seguito di cessione della clientela o di elementi immateriali comunque riferibili all’attività artistica o professionale.


Per quanto riguarda la rilevanza territoriale in Italia dei predetti compensi, viene nuovamente in considerazione l’art. 23, co. 1, lett. d), del Tuir, in base al quale si considerano prodotti nel territorio dello Stato i redditi di lavoro autonomo derivanti da attività esercitate in Italia.


Nel caso di specie, posto che i compensi percepiti dai testimonials non residenti per le sessioni di photo shooting costituiscono redditi di lavoro autonomo, e che gli stessi sono riconducibili ad attività di lavoro autonomo svolta in Italia (luogo di svolgimento delle sessioni di photo shooting), che detti compensi siano territorialmente rilevanti in Italia ai sensi dell’art. 23, co. 1, lett. d), del Tuir.


Analogamente, anche i compensi corrisposti ai testimonials non residenti per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine, vista la loro qualificazione alla stregua di componenti positivi aggiuntivi del reddito di lavoro autonomo conseguito dal titolare nell’esercizio dell’attività professionale, devono ritenersi territorialmente rilevanti in Italia in base al cit. art. 23.


Anche in tal caso, ai fini territoriali deve aversi riguardo al luogo di svolgimento dell’attività artistica o professionale alla quale i proventi sono correlati e, cioè, l’Italia (luogo di svolgimento delle sessioni di photo shooting), a nulla rilevando il luogo in cui è esercitata l’attività di sfruttamento del diritto all’immagine.


Le società ed enti non residenti che erogano redditi soggetti a ritenuta in Italia, seppur ricomprese, sotto il profilo soggettivo, fra i soggetti che rivestono la qualifica di sostituti d’imposta, ne sono, in linea di principio, oggettivamente escluse in ragione della delimitazione territoriale della potestà tributaria dello Stato.


Tale principio, implica che il soggetto non residente che eroga somme per le quali è previsto un prelievo alla fonte, in assenza di stabile organizzazione in Italia, non è obbligato ad assumere il ruolo di sostituto d’imposta.


Fisco: tassazione prestazione LPP anticipata per ristrutturazione


Forniti chiarimenti sul trattamento fiscale applicabile alla prestazione LPP anticipata per l’esecuzione dei lavori di ristrutturazione dell’abitazione del beneficiario e accreditata su conto corrente italiano dell’impresa esecutrice dei lavori (Agenzia delle entrate – Risposta 12 ottobre 2021, n. 702).

Nel caso di specie, il contribuente, residente in Italia ma lavora in Svizzera come frontaliere, rappresenta di avere intenzione di ristrutturare la propria abitazione principale sita in Italia.
Al fine di sostenere tale spesa, gli viene data la possibilità di riscuotere anticipatamente una parte delle competenze erogate dal secondo pilastro svizzero, costituito dalla previdenza professionale obbligatoria (c.d. LPP o legge sulla previdenza professionale).
Per la riscossione di tale capitale la procedura prevede la presentazione alla società di assicurazione detentrice del secondo pilastro della documentazione attestante i lavori e che quest’ultima paghi direttamente il fornitore, incaricato dell’esecuzione dei lavori. Pertanto, il capitale erogato dal secondo pilastro verrà incassato in Italia, ma su conti della società che realizzerà i lavori di ristrutturazione. Secondo il Contribuente, pertanto, non è possibile chiedere alla banca dell’impresa edile l’applicazione della ritenuta con aliquota del 5 per cento, in nome e per suo conto.
Lo stesso ribadisce che tale modalità d’incasso non gli permetterà di scegliere di incassare il secondo pilastro in Italia sul proprio conto corrente bancario per utilizzarlo successivamente per il pagamento dei lavori, in quanto è previsto che l’assicurazione elvetica, per evitare frodi, paghi direttamente il fornitore del contribuente.
Il pagamento della prestazione erogata dal secondo pilastro è stato effettuato nel 2020 a favore della impresa esecutrice dei lavori di ristrutturazione e che all’intermediario finanziario presso cui sono state accreditate tali somme non è stato conferito l’incarico di trattenere dall’importo incassato la ritenuta del 5 per cento, in quanto “la banca non lo avrebbe mai potuto fare, perché l’incasso è avvenuto sul conto corrente dell’impresa fornitrice, società di capitali, e non sul conto corrente del beneficiario del secondo pilastro svizzero”.
Ciò posto, l’Istante chiede se nella fattispecie prospettata sulle somme che saranno erogate dal secondo pilastro svizzero, in luogo dell’applicazione da parte dell’intermediario finanziario della ritenuta con aliquota del 5 per cento, possa applicare l’imposta sostitutiva con la medesima aliquota, autoliquidandola in sede di dichiarazione dei redditi.

Nel caso in cui il contribuente sia un soggetto fiscalmente residente in Italia alle prestazioni erogate dal secondo pilastro svizzero non riscosse tramite intermediari residenti non può applicarsi la ritenuta alla fonte del 5 per cento a titolo d’imposta, in quanto l’intervento normativo recato dal citato articolo 55-quinquies del decreto legge n. 50 del 2017, che assimila il trattamento fiscale delle prestazioni LPP alle rendite AVS, mantiene l’espressa previsione della presenza di un intermediario residente che, canalizzando il flusso di corresponsione in Italia, applichi una ritenuta di imposta al 5 per cento, esonerando il contribuente dall’indicazione di tali somme nella dichiarazione dei redditi. Il tenore della disposizione normativa, dunque, induce a valorizzare il tracciamento del flusso finanziario, per il tramite di un intermediario residente, quale elemento necessario per l’applicazione della norma agevolativa.
Nel caso in esame, avendo l’ente assicurativo svizzero canalizzato in Italia il flusso finanziario relativo alle prestazioni LLP, per il tramite di un intermediario residente, risulta soddisfatto il requisito della tracciabilità delle movimentazioni di denaro.
Ne consegue che, in caso di prestazioni LPP riscosse per il tramite di un intermediario residente e accreditate direttamente sul conto corrente italiano dell’impresa esecutrice delle opere di ristrutturazione, che non è il soggetto che può conferire alla banca l’incarico al pagamento dell’imposta sostitutiva in esame, il contribuente beneficiario della prestazione previdenziale, potrà autoliquidare in dichiarazione l’imposta dovuta, assoggettandola all’imposta sostitutiva con la medesima aliquota del 5 per cento che la stessa avrebbe scontato se fosse stata applicata la ritenuta da parte dell’intermediario finanziario.
Nella fattispecie in esame, pertanto, l’Istante potrà indicare la prestazione LPP incassata nel 2020 nella sezione V del quadro RM del Modello Redditi PF 2021, riportando la causale residuale “I”, il codice dello Stato estero “071” (corrispondente alla Svizzera) e versando l’importo con il codice tributo “1242”.
In merito alla determinazione della base imponibile, la ritenuta deve essere applicata dall’intermediario sul valore lordo della prestazione al momento della corresponsione in Italia. Tali chiarimenti sono estensibili anche all’ipotesi in cui, non essendo stata applicata la ritenuta da parte dell’intermediario finanziario residente intervenuto nel pagamento, le rendite LPP siano indicate in dichiarazione da parte del contribuente.


Rimanenze di magazzino: prova di distruzione dei beni mancanti


In tema di accertamento di maggior reddito d’impresa, la presunzione di cessione di beni non rinvenuti in magazzino durante una verifica fiscale può essere superata dalla prova di avvenuta distruzione dei beni. A tal fine deve ritenersi valida la prova documentale rappresentata dall’annotazione sul formulario di identificazione dei rifiuti e nel registro di carico e scarico rifiuti, compilati a seguito della consegna dei beni a soggetti autorizzati allo smaltimento di rifiuti (Corte di Cassazione – Ordinanza 28 settembre 2021, n. 26223).

Il caso esaminato dalla Corte di Cassazione riguarda l’accertamento di maggiori ricavi, sulla base della presunzione di cessione, in relazione ai beni non rinvenuti in magazzino nell’ambito di una verifica fiscale.
I giudici tributari hanno rigettato il ricorso del contribuente, rilevando che lo stesso non avesse dimostrato l’avvio a distruzione dei beni mancanti, e l’assenza di indizi che potessero indurre a pensare che i beni mancanti fossero stati venduti sottocosto.
Il contribuente ha impugnato la decisione, sostenendo di aver distrutto i beni mancanti in magazzino mediante consegna a soggetti autorizzati allo smaltimento rifiuti, provata dai formulari di identificazione dei rifiuti.

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, ritenendo che i giudici tributari non abbiano valorizzato correttamente la prova rappresentata dai formulari di identificazione dei rifiuti.
La Corte Suprema ha osservato che secondo la disciplina in materia di presunzioni di cessione (artt. 1 e 2 del DPR n. 441 del 1997):
Si presumono ceduti i beni acquistati, importati o prodotti che non si trovano nei luoghi in cui il contribuente svolge le proprie operazioni, né in quelli dei suoi rappresentanti. Tra tali luoghi rientrano anche le sedi secondarie, filiali, succursali, dipendenze, stabilimenti negozi, depositi ed i mezzi di trasporto nella disponibilità dell’impresa.
La presunzione non opera se è dimostrato che i beni stessi sono stati impiegati per la produzione, perduti o distrutti.
La distruzione dei beni o la trasformazione in beni di altro tipo e di più modesto valore economico è provata:
a) da comunicazione scritta da inviare agli uffici dell’amministrazione finanziaria e ai comandi della Guardia di finanza di competenza, almeno cinque giorni prima, indicando luogo, data e ora in cui verranno poste in essere le operazioni, le modalità di distruzione o di trasformazione, la natura, qualità e quantità, nonché l’ammontare complessivo, sulla base del prezzo di acquisto, dei beni da distruggere o da trasformare e l’eventuale valore residuale che si otterrà a seguito della distruzione o trasformazione dei beni stessi. Tale comunicazione non è inviata qualora la distruzione venga disposta da un organo della pubblica amministrazione;
b) dal verbale redatto da pubblici funzionari, da ufficiali della Guardia di finanza o da notai che hanno presenziato alla distruzione o alla trasformazione dei beni, ovvero, nel caso in cui l’ammontare del costo dei beni distrutti o trasformati non sia superiore euro 10.000, da dichiarazione sostitutiva di atto notorio. Dal verbale e dalla dichiarazione devono risultare data, ora e luogo in cui avvengono le operazioni, nonché natura, qualità, quantità e ammontare del costo dei beni distrutti o trasformati;
c) da documento di trasporto, progressivamente numerato, relativo al trasporto dei beni eventualmente risultanti dalla distruzione o trasformazione.
In proposito, la Corte Suprema ha affermato che in tema di accertamento delle imposte sul reddito, in caso di “differenze inventariali”, ovvero differenze registrabili tra le quantità di merci giacenti in magazzino e quelle desumibili dalle scritture di carico e scarico, operano le presunzioni di cessione e di acquisto dei beni in evasione di imposta, annoverabili tra le presunzioni legali cosiddette “miste”, che consentono, entro i limiti di oggetto e di mezzi di prova stabiliti a fini antielusivi, la dimostrazione contraria da parte del contribuente, il quale è tenuto a provare, con le modalità tassativamente indicate dagli artt. 1 e 2 del D.P.R. n. 441 del 1997, che la contrazione registratasi nella consistenza del magazzino è frutto dell’impiego produttivo dei beni e non di cessioni o acquisizioni non contabilizzate.
In altri termini, la mancata dimostrazione in ordine all’espletamento della procedura prevista per legge in caso di distruzione delle rimanenze di magazzino, autorizza l’amministrazione finanziaria a riprendere a tassazione il maggior valore delle rimanenze determinato in base al procedimento cosiddetto “analitico – induttivo”.
Tuttavia, nel caso in cui l’impresa non provveda direttamente alla distruzione dei beni, ma li consegni agli appositi soggetti autorizzati ai sensi delle vigenti leggi sullo smaltimento dei rifiuti, la prova di distruzione dei beni, non deve essere fornita con la procedura descritta in precedenza, ma è data semplicemente dall’annotazione sul formulario di identificazione dei rifiuti.
A tal fine, il formulario deve contenere indicazioni specifiche sui seguenti dati: a) nome e indirizzo del produttore detentore; b) origini, tipologia e quantità del rifiuto; c) impianto di destinazione; d) data e percorso dell’instradamento; e) nome e indirizzo del destinatario.


In conclusione, la Suprema Corte ha affermato il principio di diritto secondo il quale: “in tema di imposte dirette, con riferimento alla presunzione di cessione di cui agli artt. 1 e 2 del D.P.R. n. 441/1997, i contribuenti, che necessitano di avviare a distruzione i propri beni, possono procedere all’operazione mediante consegna dei beni stessi a soggetti autorizzati all’esercizio di tali operazioni in conto terzi, ai sensi delle vigenti leggi sullo smaltimento dei rifiuti; in tal caso l’avvio a distruzione è dimostrato mediante il formulario di identificazione rifiuti di cui all’art. 15 del D.Lgs. 5/2/1997 n. 22 e succ. mod., contenente le indicazioni specifiche richieste dalle prescrizioni che, integrate dal D.M. 1° aprile 1998, n. 145, sono tassative”.